“LA LUNA E I FALÒ” di Cesare Pavese - Oscar Mondadori

 

La proposta di un romanzo come “La luna e i falò” può, da un lato, stupire e sembrare inadeguata e, dall’altro, essere riduttiva rispetto al suo significato esistenziale e letterario all’interno della produzione di Cesare Pavese. Questo perché ci soffermeremo su alcuni luoghi delle Langhe, le colline piemontesi che sono un tema così ricorrente nell’opera pavesiana da essere considerato “la geografia poetica “ dello scrittore; e nel nostro romanzo le colline sono molto  presenti ed hanno una intensa poeticità.

 

Il nostro obiettivo è quello di evidenziare, ricorrendo nei limiti del possibile al linguaggio del testo, gli elementi di tale aspetto che possono rendere molto suggestivo un viaggio in quella parte delle Langhe dove il narratore-protagonista de “La luna e i falò” è vissuto fino all’età della giovinezza e dove ritorna ormai adulto, spinto dalla consapevolezza che “un paese ci vuole” perché “un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”.

 

Il senso di appartenenza che pervade sia i ricordi degli anni trascorsi sulle colline e sia il tempo presente, anima i luoghi e il loro paesaggio di una particolare atmosfera che aleggia in tutte la pagine del romanzo.

I luoghi di Pavese abbracciano un’area compresa tra Santo Stefano Belbo e Canelli, tra la collina dei Robini (nel romanzo, della Gaminella), la piana del Belbo e la collina del Salto. Qui ritorna Anguilla, narratore e protagonista, per trascorrere un breve periodo di riposo. Si ferma all’Albergo dell’Angelo, situato sulla piazza del paese dove nessuno lo conosce e questo vale anche per lui, considerato che ai suoi tempi “ci si veniva di rado, si viveva sulla strada, per le vie nelle aie”.

 

Il paese non viene mai nominato, ma si tratta di Santo Stefano Belbo che si trova “molto in su nella valle, l’acqua del fiume Belbo passa davanti alla chiesa mezz’ora prima sotto le mie colline”.

Qui Cesare Pavese era nato e, un po’ “fuori porta”, sullo “stradone” che porta a Canelli,  c’è ancora la sua casa ora sede di un museo a lui dedicato.

 

Le colline sono quella della Gaminella, “un versante lungo e ininterrotto di vigne e di rive…”, che, “nella luce asciutta”, si vede “ digradare gigantesca verso Canelli”, dove finisce la valle del Belbo e, voltando le spalle a Gaminella, oltre il fiume Belbo, c’è quella del Salto “con le creste, coi grandi prati che sparivano sulle cime” e, in basso, le vigne, le macchie degli alberi, i sentieri, le cascine.

Sono queste le “collinette di Canelli” che Anguilla aveva visto, giorno dopo giorno, durante gli anni trascorsi, prima, nel “casotto” di Gaminella con le pareti “ di grosse pietre annerite, il fico storto e…la macchia di noccioli”, dove viveva la famiglia di Padrino che lo aveva preso dall’orfanatrofio e, poi, nella cascina della Mora “ coi tigli che toccavano il tetto”, il terrazzo, i portici, il giardino, situata “nella grassa piana oltre il Belbo”, dove aveva lavorato fino alla sua partenza per il servizio militare.

 

Sulla collina del Salto, a mezza costa lungo lo stradone di Canelli, c’è la casa con la falegnameria di Nuto, l’amico di sempre, dove Anguilla amava andare anche per ascoltare i discorsi della gente che passava per lo stradone. La casa del Salto ha mantenuto l’odore di legno, di fiori e di trucioli. In passato per lui, vissuto in un casotto e poi in un’aia, era “ un altro mondo; era l’odore della strada, dei musicanti, delle ville di Canelli” come la Casa del Nido abitata dalla contessa.

 

Ritornando sulle colline, Anguilla nota quanto fosse strano vedere che tutto era cambiato eppure restava uguale; dice che “nemmeno una vite era rimasta delle vecchie, nemmeno una bestia, …i prati erano stoppie, e le stoppie filari, la gente era passata, cresciuta, morta; le radici franate, travolte in Belbo, eppure - a guardarsi intorno - il grosso fianco di Gaminella, le stradette lontane sulla collina del Salto, le aie, i pozzi, le voci, le zappe, tutto era sempre uguale, tutto aveva quell’odore, quel gusto, quel colore d’allora”.

 

Anche Canelli, che per Anguilla aveva rappresentato il luogo della festa, dei mercati, degli incontri e soprattutto “la porta del mondo”, è cambiata ma continua a piacergli “per se stessa, come la valle e le colline e le rive che ci sbucavano” perché “era l’ultimo paese dove tutto finiva, dove si avvicendavano le stagioni e non gli anni”. Anguilla ha conosciuto il mondo ed è stato anche in America, ma dice  a se stesso che “tutto sommato soltanto le stagioni contano, sono quelle che ti hanno fatto le ossa, che hai mangiato quand’eri ragazzo”, perciò Canelli “è tutto il mondo- Canelli e la valle del Belbo”.

 

Di questi luoghi continuano a piacergli il riverbero del sole sulle case e il caldo che esce dalla terra e dal fondo delle viti  perché “ha un odore” in cui c’è lui, ci sono “le tante vendemmie e fienagioni, i tanti sapori e le tante voglie che non sapeva di avere addosso”. Quando guarda le sue colline non può non pensare “a quei ciuffi di piante, quei boschetti, quelle rive che sono inutili e non danno raccolto, eppure hanno anche quelli il loro bello… e fa piacere posarci l’occhio e saperci i nidi”. E che dire della magia della vigna? Mentre attraversa il ponticello sul fiume Belbo, Anguilla continua a ripetere che “non c’è niente di più bello di una vigna ben zappata, ben legata, con le foglie giuste e quell’odore della terra cotta dal sole di agosto. Una vigna ben lavorata è come un fisico sano, un corpo che vive, che ha il suo respiro e il suo odore”.    

 

AEMME

 

 

Viaggiatori senza portafoglio

 

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